Al Via l'VIII "Térre de U' Munachicchie"

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La Festa “Terre de U’ Munachicchie”, è giunta alla 8ª edizione. Come ogni anno, la manifestazione ripercorre momenti particolari e significativi della nostra storia, attraverso un lavoro di ricerca che ci consente di recuperare la memoria popolare e trasformarla in memoria scritta. Quest’anno, il tema scelto dai soci del circolo Arci di Ginosa, riguarda il gioco e il giocattolo nella memoria e nel costume.

La nostra ricerca, oltre a redigere un documento scritto e a realizzare un cortometraggio che preservino la memoria dei giochi e dei giocattoli del passato, vuol essere una riflessione sulla grave perdita di valori e funzioni che quei giochi assicuravano.

In passato, i giochi si svolgevano all’aperto, la strada diventava il luogo per incontrarsi, non era necessario darsi appuntamento, bastava uscire di casa e andare nel posto dove ci si ritrovava per giocare.

Oggi, si gioca nel chiuso delle “camerette”, moderni santuari di giochi elettronici formattati in contenitori splendenti, multicolorati e multifunzionali, tuttavia impossibili da “sventrare”, per i più piccoli, curiosi di scoprirne le meraviglie nascoste! Gli adolescenti, che un tempo si misuravano con i propri coetanei, oggi si misurano con sofisticatie figure (umane e non) oppure con situazioni ingarbugliate da cui uscirne illesi, in giochi interattivi che, sebbene stimolino intuizione e talento, contribuiscono a far avvizzire creatività, fantasia  e relazioni tra pari.

Questo quadro è emerso in maniera significativa nelle tante riunioni, incontri, interviste realizzate nel corso di questi mesi in tanti luoghi diversi della nostra provincia. Importante, a tal proposito, è stato il contributo prezioso dello Spi Cgil territoriale  e del Coordinamento Donne dello Spi Cgil di Taranto.

I ricordi raccontati a Taranto nelle leghe Spi dei diversi quartieri: Salinella, Tamburi, Paolo VI, in quelli di Monteparano e di Ginosa, nei CAAS di Taranto a via Lago di Varano e piazza Catanzaro, sono solo alcune tappe, che ci hanno permesso di raccogliere una grande quantità di notizie, di informazioni e, soprattutto di memoria storia.

Questo consente al nostro Circolo di lavorare a diversi livelli e se questo opuscolo racconta alcuni dei giochi che ci sono stati descritti, il cortometraggio diventa una testimonianza visiva di tali racconti e, in futuro, può divenire un mezzo per aprire nuove prospettive di collaborazioni tra organizzazioni e istituzioni diverse.

Ecco, che la Festa “Terre de U’ Munachicchie”, in questa ottica, diventa, sempre più, un momento di incontro tra generazioni diverse, tra modi di pensare diversi; e il tesoro che il nostro “folletto” ci consegna, non è un forziere di denari ma la nostra identità culturale ritrovata, fatta di un rapporto sociale ricco di sfaccettature e di una carica umana unica.

Il gioco quest’anno, così come il tabacco, lo scorso anno e, prima ancora, i mestieri scomparsi, sono il pretesto per legare la trama della nostra memoria con quella della nostra storia.

Questo “ordito” possiamo realizzarlo solo se si creano le condizioni per un rapporto sinergico tra quanti, nel rispetto dei propri ruoli, si dimostrano disponibili a lavorare insieme.

Per il lavoro svolto quest’anno, ringrazio l’amministrazione comunale di Ginosa, lo Spi territoriale di Taranto, le leghe Spi della nostra provincia, a cominciare da quella di Ginosa, alle tante Associazioni che, con il loro contributo, ci permettono di affrontare sfide tanto ardue. Grazie a tutti!

Stefano Giove.

 

 

Il sole sorgeva troppo presto e la sera calava troppo tardi per i pastori e i braccianti che abitavano le grotte della gravina di Ginosa. E anche quando le abitazioni furono spostate a ridosso di essa, in quello che divenne il rione Casale, le notti calavano troppo tardi e il sole continuava a sorgere troppo presto per coloro che dovevano raggiungere a piedi il latifondo nel quale avrebbero faticato fino al tramonto. Tanta fatica in cambio di qualche sacchetto di legumi, qualche litro di olio e un sacco di farina per sfamarsi per un lungo periodo.

Questa, che era vita di duro lavoro e infinita miseria, le nostre popolazioni cercarono di renderla sopportabile dando il corpo alla speranza del benessere, attraverso un folletto, U’ Munachicchije, le cui imprese, tramandate nel tempo, sono giunte fino a noi, ancora tanto fascinose da lasciare qualcuno irretito nelle sue maglie.

U’ Munachlcchije, nella credenza popolare, era lo spiritello di un bambino morto senza battesimo (ce n’erano molti a quei tempi, perché i più poveri tardavano molti anni a battezzare i propri figli).

U’ Munachicchije era visto come un essere piccolissimo, allegro, aereo che si muoveva veloce qua e là, il suo maggior piacere era quello di fare ogni sorta di dispetti: fare il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirare via le lenzuola dai letti, buttare sabbia negli occhi, rovesciare bicchieri pieni di vino, spezzare i fili dei panni stesi  per farli sporcare.

(cfr. Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”)

Era vestito di un saio e portava in testa un grosso cappuccio rosso.

Il solo modo di difendersi dai suoi scherzi era di cercare di afferrarlo per il cappuccio: a chi ci riusciva, ù munachicchije, per riaverlo, rivelava il luogo dov’era sotterrato un tesoro.

 

Accade, assai spesso, che genitori, zie, nonni osservino i bambini mentre giocano e si accorgono che, assai più spesso, i bambini mettono da parte i sofisticati giochi all’ultima grido, che hanno ricevuto in regalo, tra nascita  e compleanni, per dedicare il loro interesse, magari ad una scatolina contenente qualcosa che, agitata, provoca un rumore (un suono per il bambino), questo fa venire in mente (specialmente ai più anziani) alcuni semplici giochi e giocattoli con i quali essi stessi si divertivano da piccoli e che alcuni giochi “sono vecchi come il mondo”. È vero, perché la storia del gioco e del giocattolo si perde nella notte dei tempi. E, nel nostro territorio, a pochi chilometri da Ginosa, per chi volesse, è possibile verificarlo, visitando il museo civico di Gioia del Colle, nel quale sono esposti reperti di scavi archeologici di alcune tombe di bambini, in cui furono rinvenuti giocattoli che riconosceremmo come appartenenti al nostro recente passato.

E, nel nostro recente passato, se i giocattoli erano costruiti dagli stessi ragazzi e bambini (a volte con l’aiuto degli adulti), i giochi erano escandescenze di fantasia e creatività singola, di coppia o di gruppo e da quel vivido esercizio scaturivano giochi che misuravano destrezza e forza, che si potevano fare da soli, in coppia o in gruppo; e si imparavano, così, le regole del vivere sociale. C’erano anche giochi che consentivano di affinare mente e destrezza mettendo a rischio le cose possedute (ceci, monete di rame, nocciole, bottoni ecc).

Tuttavia non sempre era possibile giocare fuori, la cattiva stagione costringeva a rimanere rinchiusi in casa per lunghi periodi ma… niente paura! Anche se in spazi ristretti e con meno movimento, si giocava ugualmente con le trottole di legno, con le bambole di pezza, a carte, con le monetine ecc. e, spesso, con gli adulti alle fèdde rosse, alla lampe alla lampe.

I tempi sono cambiati e seppure, ancora, il gioco consente di maturare capacità e competenze, di prendere conoscenza della realtà, praticare attività fisica, motoria, di interloquire con l’altro, sviluppare capacità relazionali positive oltre a creatività e inventiva, gli spazi non sono più gli stessi. Giocare per strada è proibito, come lo è salire sugli alberi, andare in bicicletta, rincorrersi, ecc. e le mura domestiche oltre a imprigionare il corpo, imprigionano creatività, fantasia  sviluppo dell’autonomia.

Si gioca con la playstation, con i pupazzi di peluche, con giocattoli elettronici… in solitudine.

La solitudine nel gioco moderno è la più significativa caratteristica che incatena la dimensione umana a dimensione individuale. La colpa non è dei nuovi giocattoli ma della “distrazione” delle comunità nella organizzazione degli spazi urbani. Si sono privilegiate esigenze che rispondevano a logiche di sviluppo del profitto e del mercato piuttosto che delle persone sacrificando le esigenze di crescita dei bambini, degli adolescenti, dei giovani, senza guardare  a loro come al cuore e all’anima della società che verrà.

I giochi interattivi hanno risposto a un bisogno di svago, di divertimento di sollecitazione mentale che, nonostante tutto, è sempre vivido nell’essere umano, non sono loro la causa dell’isolamento riscontrato nelle giovani generazioni, è stato il tritacarne consumistico che, in nome della modernità, ha macinato tutto, a cominciare dalle strade, invase da automobili che non rallentano davanti a nulla… o, forse, no... soltanto davanti a un pallone, il più antico dei giocattoli che ha sfidato tempi e pericoli uscendone sempre vittorioso!

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