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"La porta chiusa" di Corrado Strada

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Da qualche giorno è nelle librerie ginosine il libro di Corrado Strada “La porta chiusa”. Il libro è la raccolta, di lettere che l’autore ha già inviato, attraverso il nostro giornale, a ginosini che hanno segnato la sua vita. Crediamo che il modo migliore per promuovere la lettura del libro sia proprio la ri-pubblicazione della lettera che dà il titolo al libro.sg

 

la Goccia 2003

Caro Vittorio Brunone,

c’è una porta chiusa in uno dei sottani del vecchio Municipio di Ginosa, più di due secoli fa era il convento degli Agostiniani (gli Eremitani di San Agostino). Quella porta ora chiusa era il Tuo salone. Il salone non era grande, lo si poteva misurare a palmi; il metro era di troppo. Ristretto dalle pareti sghembe fra di loro, la parete di sinistra e quella di fronte avevano grandi specchi. Troneggiavano sul pavimento due poltrone da parrucchiere con testi ere estraibili braccioli snodabili e reggipiedi. Nell’angolo a sinistra un piccolo mobile con portella con vetro a giorno. Su di una mensola erano posti i “Solingen”, i rasoi personali della tua clientela, su di un’altra, boccette di acqua di Colonia e flaconi variopinti di profumi personali della tua vasta clientela. Una clientela particolare che voleva farsi radere la barba con il proprio rasoio e applicare un dopobarba personale.

Tu sì che eri una persona di garbo, gracile, biondino, con un piccolo naso a punta fra due occhi vivaci e sempre attenti, di color castano. Il tuo garbo era atavico; tuo padre, barbiere come te, era gentile e apparentemente lezioso, sempre gentile ed ossequioso, un garbo intriso di una compostezza che non dispiaceva.

La tua clientela? Possidenti e agricoltori, mastrimuratori e professionisti magistrati e guardie municipali. Ricordi l’avvocato Nota? Con lui sorseggiavi un caffè che chiamavi “a società”, giacché dividevi con lui la stessa tazza. Avevi comunque una parola gentile per tutti. I tuoi ragazzi, gli allievi, come li chiamavi tu, imparavano a lavorare bene, ma soprattutto a vivere. Avevi delle tovaglie grandi come lenzuola, ce le mettevi addosso ed arrivavano sin sotto i piedi. Lì sotto le tovaglie ciascuno di noi si sentiva a proprio agio. Ti offrivamo la testa o il viso, non alla “ghigliottina” né al lavaggio di un auto anche se le tue macchinette pizzicavano dolcemente sul collo o le tue forbici folleggiavano sui capelli. Le tue mani e le dita rapide dal tocco leggero, come il tuo pennello di tasso imbiancato con sapone emanava a volte un profumo di mandorle amare. Poi arrivava il tuo rasoio liberando le guance. Seguivano le forbici che magistralmente sistemavano i baffi di quelli che si portavano. I baffi! Quelli del dottor Franco Ranaldo venivano da te curati meglio dei miei. Mi lamentavo. Poi mi spiegavi che quelli del mio collega erano più folti e meglio simmetrici per natura sua. Comunque quando liberavi il mio viso dal sapone lo vedevo sullo specchio di fronte con particolare soddisfazione: vanitas vanitatum. Comunque sotto quelle grandi lenzuola ero fiducioso, mi rilassavo e talvolta chiudevo gli occhi seguendo i miei pensieri destati al primo mattino. Cercavo in mente tracce di sogni che mi avevano turbato e fatto gioire; poi dimenticavo affanni ed ansie. Tu, nel mentre, lavoravi raccontando a me e agli altri seduti in attesa qualcosa della tua vita. Ricordo che raccontavi la tua vita militare a Taranto, subito dopo l’invasione degli alleati anglo - americani, avevi fatto barba e capelli anche ad un ammiraglio della flotta inglese Sir, wait just, for a little moment, thank you! Signore, un attimino, grazie! Così masticavi un po’ di lingua straniera.

Quando sollevavi i teli, caro Vittorio la solitudine ed il silenzio del cliente sottoposto venivano interrotti, lui tornava alla realtà di tutti i giorni ed allora divenivi ancor più ciarliero. Così il cliente e fra questi anch’io, tornavamo a parlare; poi arrivava la spazzola, il dovuto con la mancia ed il saldo. Quanta gente mi hai fatto conoscere nella tua bottega! Padre Damiano Tuseo, i fratelli Parlapiano, Giorgietto Sangiorgio e gli altri medici e tante altre persone. Poi nella tarda mattinata la tua bottega si svuotava; A mezzodì quella porta si chiudeva per riaprirsi qualche ora prima del vespro.

Ora è chiusa, tu sei altrove, certamente sta meglio di me. In paradiso! Sono certo che tu ti trovi là. Ricordo la tua devozione religiosa, le tue visite nella chiesa accanto, le genuflessioni davanti agli altari. Noi ora siamo ancora su questa terra. Chissà quanti dei tuoi clienti ora sono con te; spero di esserci anch’io, un giorno; e sarà una festa eterna per tutti.

Ricordo quando per la prima volta mi invitasti ad entrare nel portone accanto alla tua vecchia bottega, era il vecchio municipio. Mi dicesti che era un antico convento degli agostiniani. Dopo anni scoprii qualcuno dei loro nomi ed i loro incarichi e scoprii anche e soprattutto Sant’ Agostino. Padre Agostino. Tria, padre Nusco che ebbe un fratello musicista, ed ancora i baccellieri Agostino Frascella e Nicola Fusco oltre al priore Tria, un altro priore Padre Andrea Petitti.

Quando nel 1809 l’ordine degli Agostiniani fu soppresso, insieme agli altri, la chiesa degli agostiniani divenne Chiesa Maggiore anche se era molto piccola. Molta parte della popolazione lasciò San Ma11ino e la gravina, salendo verso i nuovi edifici costruiti accanto al convento. Svuotata quindi la parrocchia di San Mal1ino, la piccola chiesa agostiniana divenne chiesa parrocchiale, San Martino non più frequentata anche se era la più grande del paese: comoda, con tre navate e tre cappelle. Caro Vittorio, quando ci si incammina sui sentieri della cultura, i desideri sono molti ma facilmente spesso non li realizziamo o per stanchezza o per mancanza di tempo o di libri; ma soprattutto per mancanza di idee. Ci si ferma al primo ostacolo. Sant’ Agostino ebbe bisogno di circa tredici anni per convertirsi e quindi chiedere il battesimo. Si incamminò in “ complicate avventure morali” e nello stesso tempo intellettuali; cominciò da Tagaste, poi Madaura, Cartagine, Roma poi Milano; qui fu battezzato da Santo Ambrogio. Poi tornò a Tagaste concludendo un aspra ma poi luminosa carnera.

Scusami Vittorio, permettimi di citarlo dalle sue Confessioni: sero te amavi Pulchritudo tam antiqua et tam no va, sero te amavi (troppo tardi ti ho amato o bellezza eterna). Come ti invidio Vittorio! Ora sei accanto a lui ed alla vergine Maria. Vorrei ora studiare, meditare o scrivere su S. Agostino. Ma tutto è solo desiderio, un sogno. Vorrei mettermi in viaggio per seguire il suo cammino; andare. in Algeria, a questa mia età e di questi tempi. Sarebbe certamente facile prendere un aereo da Roma per Algeri. Ma una volta arrivatoci dovrei cercare le rovine di Tagaste e poi di Ippona. Tagaste era nell’antica Numidia ora si chiama Souk - Abras. Dovrei cercare Bona, lì c’era Ippona presso la foce del fiume Ubi; lì Santo Agostino fu vescovo. Non so perché ti scrivo queste cose, tu ora le conosci meglio di me perché sei accanto a lui. Forse ti scrivo per i ginosini che sono accanto a me. Saprai ora delle sue paure che lo invasero quando nel 430 dopo Cristo arrivarono i Vandali di Genserico. Avrai conosciuto anche la madre di Santo Agostino, Santa Monica che morì ad Ostia. Mentre erano in attesa di una nave, Monica morì; Agostino proseguì per l’Africa dove fondò un monastero. Vescovo ad Ippona morì a Tagaste mentre veniva invasa dai Vandali. Il suo corpo fu sottratto e portato in Sardegna, poi il re longobardo Liutprando lo fece trasportare a Pavia e deposto nel monastero di San Pietro in Ciel d’Oro. Perché ti scrivo? Dove, ora sei tu certamente sai tutto. Non avrai più bisogno di leggere ad istruirti. lo che sono ancora da questa parte continuo a leggere, studiare e scrivere. Vorrei fare ancora mille cose ma ne riesco a fare ben poche. I miei desideri sono ora limitati: sono ora vecchio, il più grande desiderio è quello di raggiungerti. Ma dovrò attendere la volontà di Dio. Mi servirà ancora il “libero arbitrio” di cui si occupò tanto Sant’Agostino quando viveva da questa parte. Ho qui davanti a me un elenco di tutte le sue opere: oltre un centinaio, potrò mai leggerle? Scritte in latino; quel latino che nonostante gli sforzi didattici di un mio nonno Giuseppe, non sono riuscito ad imparare. Il nonno Giuseppe è stato anche tuo cliente, ora sarà certamente con te. Era stato nel seminario di Conversano. Aveva indossato la zimarra nera; quella lunga sino ai piedi con numerosi bottoncini scuri sul davanti. Certamente in Paradiso il latino non serve, o forse si parlano tutte le lingue come in una eterna Pentecoste. Le lodi a Dio ed a sua Madre ed ai suoi Santi non si diranno con le labbra o col suono della voce: tutto è Spirito. Quando si vive nello Spirito l’uomo non trasmette nulla, tranne che il pensiero con cui loda e prega; la preghiera si rivolge anche in basso verso di noi che siamo ancora sulla terra.

Ora dobbiamo lasciarci, non so se avrò la possibilità di scriverti ancora. Prima di l’aggiungerti, spero, vorrei sistemare alcune cose per essere sicuro di essere accanto a te. Sistemare le cose che non ho fatto, quelle ho fatto male e soprattutto quelle che dovrò fare.

Non so se la tua porta rimarrà ancora chiusa, o se avral un successore; a me non interessa più A porta inferi non prevalebunt. Nell’infelTIo rimarrà chi se lo merita. Un celestiale abbraccio, nella comunione dei santi.

Corrado Strada