Arcipikkia 2.0

Circolo IL PONTE Ginosa

Monday, Nov 20th

Last update03:04:17 PM GMT

You are here:: Home

Il 25 aprile Fondamento della Costituzione Repubblicana e del Nostro Circolo

E-mail Stampa PDF

 

Il circolo Arci “Il Ponte” nasce a Ginosa in coincidenza della Festa della Liberazione del 25 Aprile del 2005. E, per l’occasione, nel locale teatro Alcanices  si svolse la prima manifestazione pubblica, organizzata dal circolo. Tanti gli ospiti invitati per celebrare la data della Liberazione e, momento particolarmente significativo fu quello della consegna di targhe in segno di riconoscenza a tutti quei ginosini che si erano distinti nella lotta partigiana.

Nel 2006, il circolo decise di svolgere la Festa della Liberazione nella piazza centrale di Ginosa e di connotarla di contenuti specifici, fra i quali, in modo particolare,il ruolo della Donna nella Resistenza. Momenti particolarmente toccanti si ebbero quando dal palco centrale furono lette, dalle socie Arci, alcune delle Lettere dei Condannati a morte della Resistenza.

Il 25 aprile del 2007 fu  organizzata la manifestazione intitolata “Liberiamo il Parco”.  Il titolo stesso era un invito a tutti i ginosini ad impegnarsi nel recupero di un’area destinata a verde pubblico, in stato di abbandono e in balia di erbacce e di atti vandalici. Nel corso di quella giornata, da parte dei nostri soci, il ripristino di gran parte dell’area verde del parco della Zona Pierri e il rifacimento dei murales che decoravano il lungo muro di cinta. Per le vie cittadine si svolse una ciclo passeggiata di sensibilizzazione e a sera tutti i ginosini furono invitati nel parco per divertirsi con il karaoke.

Il 2008 al centro dell’attenzione del circolo, ancora il Parco della Zona Pierri, che continuò il lavoro iniziato l’anno precedente. Particolare attenzione fu rivolta alle Scuole e il 24 aprile presso l’Istituto Supeiore “Bellisario” di Ginosa si svolse un dibattito con gli studenti sulla Costituzione, dopo aver visto il filmato “Lezione ai Giovani - di Piero Calamandrei”.

Il 2009 Festa della Liberazione e Primo Maggio celebrati insieme, con la presentazione dell’ultimo libro di Pietro Mita nel quale si racconta delle lotte operaie e bracciantili del secolo scorso, in Puglia. Per i più piccoli, spettacolo del teatro dei burattini e serata danzante con i fisarmonicisti locali.

Nel 2010 la Festa della Liberazione è celebrata con l’inaugurazione della nuova sede del Circolo che quest’anno ha quintuplicato il numero dei suoi soci e oggi puo’ disporre di una sede che permetterà di svolgere numerose attività.

Come si può desumere da questa breve cronaca, per noi soci del Circolo Arci “Il Ponte” di Ginosa la celebrazione del 25 Aprile e la Festa della Liberazione non è mai stato un rito. Abbiamo sempre voluto che assumesse, invece, il significato dell’attualità per vivere La Liberazione come momento di crescita civile e democratica della comunità. 
Per questa ragione pensiamo che quanto scritto da  Giovanni Missaglia in occasione delle celebrazioni per il 25 aprile 2008 sia un importante documento sul quale riflettere e confrontarsi, pertanto proponiamo alla vostra attenzione il testo integrale.

Il presidente del Circolo - Stefano Giove

Il presidente del Comitato dei Garanti – Rosa Pavone

 

LA CRISI E L’ATTUALITA’ DELL’ANTIFASCISMO

Un contributo di Giovanni Missaglia per il 25 aprile 2008

A  dispetto del ruolo che mi compete in questa giornata di festa e di commemorazione, vorrei iniziare il mio intervento con una nota amara sulla crisi di quello che è stato chiamato il “paradigma antifascista”. Un paradigma che negli ultimi anni ha subito molti attacchi espliciti o, nella migliore delle ipotesi, è caduto nell’oblio, è invecchiato – così si dice – secondo le inesorabili leggi del tempo.

Un giovane storico di idee politiche moderate, Sergio Luzzato, nel 2004 ha scritto un bellissimo libro intitolato La crisi dell’antifascismo. Proprio nelle prime pagine afferma: “Inutile negarlo: l’antifascismo sta attraversando una crisi profonda; eventualmente una crisi irreversibile. E non soltanto a causa della legge generale per cui l’impatto di ogni fenomeno storico è destinato comunque a diminuire nel tempo […]. Penso che alla mia generazione competa una responsabilità retrospettiva ben precisa: non consentire che la storia del Novecento anneghi nel mare dell’indistinzione”.

E invece è proprio nel mare dell’indistinzione che rischiano di condurre, se non hanno già condotto, alcune esigenze di per sé legittime e persino irrinunciabili. Penso, in primo luogo, al tema della pietà per i morti, al rispetto che si deve anche a coloro che decisero di militare nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. L’ingiunzione etica, che per qualcuno riveste anche un significato religioso, è fuori discussione: non compete agli uomini il giudizio morale. Che, però, non deve essere confuso col giudizio storico: quel che conta, dice ancora Luzzato, quando ci si collochi sul terreno della valutazione storica, non è l’uguaglianza nella morte, ma la disuguaglianza nella vita. “Il saloino era evidentemente disponibile ad immolarsi per l’Italia della Risiera di San Sabba e di Fossoli: per il mondo di cui Mussolini e Hitler andavano berciando da vent’anni, dove i più forti erano i migliori, i più deboli partivano dentro carri bestiame per una destinazione che soltanto gli ipocriti qualificavano ignota. Il garibaldino era pronto a morire per l’Italia di Montefiorino e della Val d’Ossola […], per un mondo che poteva sperare libero, egualitario, solidale”; Luzzato può così concludere che “le concrete circostanze della storia italiana e mondiale attestano oltre ogni margine di dubbio che il partigiano delle Garibaldi combatteva dalla parte giusta, il ragazzo di Salò dalla parte sbagliata”.

Un’altra istanza sacrosanta rischia di condurci “nel mare dell’indistinzione”. Penso al grande tema della pacificazione tra gli italiani che una festa come quella del 25 aprile, secondo i suoi detrattori, avrebbe il torto di impedire. Occorre intendersi. Il bisogno di voltare pagina dopo un conflitto tremendo, di non interpretare la memoria come eterna perpetuazione dei conflitti del passato, è giusto. Del resto, fu proprio il ministro Togliatti ad assumere nei confronti dei fascisti il provvedimento tanto discusso dell’amnistia. Ma deve essere chiaro, in primo luogo, che la pacificazione non può equivalere ad una parificazione tra fascisti e antifascisti. Sarebbe inaccettabile sul piano morale, ma sarebbe persino insensato sul piano storico; sarebbe, questo sì, un modo per togliere dignità e responsabilità a quegli italiani che scelsero di combattere al fianco del’alleato nazista per la costruzione di un’Italia fascista. Deve essere chiaro, in secondo luogo, che la vera pacificazione fu proprio quella operata dai partigiani e dai loro eredi politici. Essa non fu altro che quell’opera di democratizzazione della vita pubblica che è l’unica condizione di una pace duratura: la costruzione di un Paese dove il pluralismo politico e il riconoscimento delle libertà consentisse a tutti, pur nelle differenze sociali, politiche ed economiche, di sentirsi italiani e di vivere in pace con gli altri italiani e con gli altri popoli.

Non credo, tuttavia, che questi argomenti siano sufficienti a ridare vita a un antifascismo largo e partecipato, sentito, soprattutto, dalle nuove generazioni. Penso, invece, che l’antifascismo vivente sia oggi quello depositato nella Costituzione della Repubblica italiana. Anche per questo è una vera tragedia che troppo spesso, nella formazione dei giovani, la Costituzione non trovi posto. E’ proprio lì l’antifascismo da vivere tutti i giorni; e non come un impegno “contro” –come potrebbe suggerire il prefisso “anti” della parola antifascismo” – ma come un impegno “per”. Per l’uguaglianza, sancita dall’articolo 3, contro tutte le discriminazioni politiche, sociali, economiche e sessiste. Per la pace, che l’articolo 11 annovera tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, a segnare la rottura col bellicismo dell’Italia fascista. Per i diritti civili, ed in particolare per la libertà personale, la libertà di opinione e la libertà di associazione, che il Fascismo aveva pesantemente conculcato e che devono essere coltivate e protette anche dalle minacce odierne, comprese quelle “ad alta tecnologia”, se è vero che i proprietari dei nuovi e poderosi strumenti di comunicazione rischiano di ridurre noi, semplici cittadini, ad una massa di manovra conformista e acquiescente. E ancora: per difendere la centralità del Parlamento, visto che le giuste riforme che pure sono necessarie a renderlo più efficiente non devono mai svilirne il ruolo. Noi italiani sappiamo bene che Mussolini pensava al Parlamento come ad “un’aula sorda e grigia” e sappiamo ancora meglio quali pericoli siano insiti nel leaderismo esasperato, nella cieca fiducia nelle virtù taumaturgiche di un “Capo” che pensa di essere l’unico interprete dell’autentica volontà del popolo, a sua volta ridotto ad una massa indistinta priva di differenziazioni interne, ad un bambino che deve soltanto “credere, obbedire e combattere”. Antifascismo non significa lavorare contro qualcosa o contro qualcuno, ma per l’attuazione piena – e certo anche il miglioramento – della nostra Costituzione. E’ lì, l’antifascismo del XXI secolo.

Ma forse –e mi avvio a concludere- c’è anche un antifascismo eterno. Nel 1995, uno dei più importanti tra i nostri uomini di cultura, Umberto Eco, ha scritto un saggio intitolato Il fascismo eterno. Se c’è un fascismo eterno, ne devo dedurre che c’è anche un antifascismo eterno. Non vi annoierò ricordandovi tutti i quattordici elementi che secondo Umberto Eco caratterizzano il fascismo eterno, quello che non è solo del passato, ma potrebbe anche essere del futuro e, soprattutto del presente; quello che non è solo di un luogo ma potrebbe essere in ogni luogo, anche fra noi. Vorrei solo segnalarvi alcuni di questi elementi, quelli che mi sembrano più attuali e incombenti e rispetto a cui, perciò, più alta deve essere la vigilanza. Primo: l’esaltazione dell’azione per l’azione. Conta solo agire. I dibattiti e le discussioni sono chiacchiere inutili. Goebbels, il famigerato ministro della propaganda nazista, diceva: “quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola”. Il rifiuto della cultura, il fastidio per ogni  critica, conducono ad interpretare ogni disaccordo come un tradimento. Secondo: la paura della differenza. La nostra società è destinata a divenire sempre più multietnica e multireligiosa. E’ normale che questo susciti anche delle ansie e delle paure. Ma non dimentichiamoci mai che la vera e propria criminalizzazione della differenza è la via maestra che conduce alla xenofobia e al razzismo, l’essenza, il cuore di ogni fascismo. Terzo: il machismo, l’esaltazione della virilità e il disprezzo della donna. Mi piace, tra gli elementi del fascismo eterno richiamati da Eco, ricordare questo, che mi pare abbia una sua tragica attualità, ad ascoltare le cronache che ci parlano ogni giorno di donne offese, stuprate e svilite da maschi di ogni colore e di ogni ceto sociale, nei focolari delle famiglie e nei margini del degrado urbano. Quarto: il populismo. L’idea, come dicevo, che il popolo sia una massa compatta, priva di bisogni e di biografie diverse. L’idea che il popolo sia, a seconda delle circostanze, un bambino immaturo, da educare e proteggere con forme di paternalismo statalista, o un consumatore sciocco da sedurre con le sirene delle merci. Mai, in ogni caso, un soggetto politico plurale che ha il diritto di partecipare alla vita pubblica in tutte le forme che la Costituzione suggerisce, non solo quella del voto, certo sacrosanta ma sempre più interpretata e forse vissuta come una delega ad altri.

Questi, insomma, mi sembrano gli elementi di un antifascismo che potrebbe continuare a parlare anche alle nuove generazioni e aiutarci a mantenerci all’altezza della straordinaria testimonianza morale, civile e politica, della Resistenza italiana.